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La Parola del Parroco

Combattere nemici o generare testimoni?

Spesso mi capita di avere sulla scrivania un paio di catechismi dei ragazzi che hanno iniziato quel cammino, che nella Chiesa è chiamato dell’Iniziazione Cristiana. Sono diversi: c’è sia quello del primo anno – dal titolo “Con te! Figli” – e anche quello del secondo anno, dal titolo “Con te! Discepoli”. Nel secondo è possibile trovare una breve presentazione del profeta Elia.
Sono ormai quasi una decina di anni che viene usato questo nuovo catechismo e sistematicamente si decide – insieme alle catechiste – di non presentare questa importante figura del profetismo del popolo di Israele. La scelta la ritengo opportuna, e anche molto saggia. Sono altresì consapevole che queste righe non verranno lette proprio dai nostri ragazzini e quindi… e quindi ‘per noi adulti’ prendere spunto dalla storia di quello che è stato uno dei primi profeti del popolo eletto, ha spesso il regalo di una scoperta inaspettata.
Prendo spunto da una particolare sfida che Elia ha con 450 profeti del dio Baal e che possiamo utilmente leggere al capitolo 18 del I Libro dei Re. Nonostante l’evidente sproporzione, Elia ha la meglio, infatti ha vinto la prima ‘battaglia’, ma adesso ha tutti contro, compresa la potentissima regina Gezabele. È costretto a scappare e a rifugiarsi nel deserto: Elia si sente abbandonato, soprattutto dal ‘suo’ Dio.
Sono convinto che in questo nostro tempo, in questo nostro mondo, con questi nostri ragazzi, con questa nostra Chiesa … talvolta capiti di trovarsi nella situazione di Elia. Spesso, lungo i secoli abbiamo puntato su una prova di forza. Quando ‘abbiamo vinto’, la maggior parte delle volte non abbiamo convinto! Non abbiamo ancora compreso che non siamo stati inviati dal Signore Gesù a combattere dei nemici, ma a generare dei testimoni.
Elia ha ragione di opporsi agli idoli e alle false sicurezze di chi abita la sua stessa terra, ma è quasi sempre da solo. Sembra l’immagine di quei credenti che si compiacciono a parlare tra di loro ricordando i bei tempi andati, lamentandosi del presente e chiedendosi di chi è stata la colpa.
Ora la sfida delle tante cose che stanno cambiando, anche in profondità, non ci deve trovare inconsapevoli, ma soprattutto non ci deve lasciare infelici. Nulla è più distruttivo del testimone infelice; nessuno emana radiazioni più scoraggianti di quello risentito o di chi ha perennemente il broncio. Questo non è tempo della resistenza ad oltranza ma quello della fedeltà. Non serve essere contro qualcuno; piuttosto vivere per qualcosa.
In altre parole, è il tempo della nostra fedeltà alle ragioni e alla bellezza del Vangelo. Quindi fedeltà al Vangelo non significa ‘testardaggine’ religiosa perché le differenze bisogna sempre coglierle bene. Non siamo buoni seminatori pestando i piedi o alzando quel dito accusatorio nei confronti di un mondo che sentiamo estraneo, ma ci aiuta molto tenere accesa la luce del Vangelo nel mondo in cui ci troviamo a vivere, che è il nostro mondo e casa comune dei nostri compagni di viaggio.
Non esiste un tempo ideale della fedeltà. Il nostro tempo è questo ed è qui che ci viene chiesta la nostra fedeltà. È di questa Chiesa e del suo cammino di fede che ci viene chiesto di fidarci. Abbiamo un capitale creativo da spendere, l’invito ad ospitare, il compito di inventare, il dovere di accogliere: per questo non è il momento per fare i depressi e i lamentosi.
Don Maurizio